Raffaele Panella: architetture per una città in evoluzione

Renato Bocchi, 18.1.2016

RAFFAELE PANELLA: ARCHITETTURE PER UNA CITTA’ IN EVOLUZIONE

 

Tutta l’opera di Raffaele Panella è un reiterato ragionamento sopra l’architettura e sopra la città, in un afflato di ricerca inesauribile, che va ben oltre la singola opera d’architettura: è la costruzione di un discorso sull’architettura e sulla città, che chiede continui riscontri, continue verifiche, continui rilanci.

In un simile itinerario non c’è spazio per opere “finite”, “assolute”, ma solo per la ricerca incessante, per il costante ripensamento.

La città è l’oggetto del contendere. La città come urbs e la città come civitas; la città dell’architettura ma ancor prima quella dei cittadini, della comunità insediata.

L’interesse primario è quindi quello di interpretare le forme della città (la morfologia urbana) e di confrontarle e connetterle con la struttura di relazioni che innerva la città nei suoi usi, nella sua fruizione da parte dei cittadini.

La morfologia urbana richiama una conoscenza profonda del processo storico di formazione, ma più che alla storia si appoggia all’archeologia, alla lettura degli strati (dal fisico al sociale e al culturale). Morfologia urbana come strumento di attingimento della cultura urbana. Un’archeologia che è interpretazione degli strati della storia per continuare la storia, quindi per progettare gli assetti futuri.

In questo Panella lavora assolutamente in linea col suo maestro: Giuseppe Samonà: quel Samonà che vede nel presente assieme il contenuto di passato e futuro. “La conoscenza del passato della città – scriveva Samonà – può valere solo in quanto sollecitazione della coscienza del presente, come atto di superamento della storia, in un’azione prospetticamente volta al futuro”.

Quindi, una città nuova costruita saldamente sul passato. Panella riferisce questo progetto urbano “fisico” a un progetto urbano “politico”, che trova in molta sintonia nell’esperienza condotta a Pesaro col sindaco comunista Marcello Stefanini: “La città nuova di Stefanini – scriveva Panella – era una struttura fatta di luoghi antichi rivisitati e di luoghi fisicamente realizzati ex-novo, di pezzi di natura che si sposano con la cultura, riprogettati e reinventati nella loro specifica forma, ma soprattutto nel loro partecipare all’ insieme, nel loro significato sociale, di appartenenza e di partecipazione alla civitas”.

Panella cerca quindi per questo progetto di ri-forma della città degli spazi e delle architetture civili o civiche, a forte significato politico: un’armatura urbana civile e pubblica.

Ho parlato di una simile ricerca da parte di Aldo Rossi, ma in Rossi la ricerca inseguiva la cultura delle città seguendo le tracce poetiche autobiografiche di un percorso per analogie e per immagini o figure, secondo un procedimento metaforico; Panella invece segue le tracce di un procedimento di ri-forma, integrativo, fondato sulle relazioni spaziali e fisiche e quindi soprattutto sulla morfologia urbana o addirittura sull’archeologia urbana. Rifugge l’immagine figurale e si tuffa nei meccanismi complessi del fenomeno urbano, anche fortemente compromessi col sociale.

In questo, è lontano dal sogno e dall’utopia, è molto legato alla “topia”, ai luoghi, alle topografie, agli strati e ai segni lasciati nella stratificazione sul palinsesto urbano.

Il radicamento

Per questo lavoro di scavo, il concetto-chiave adottato da Panella è quello che lui chiama “radicamento”.

“Il radicamento – scrive – postula una immersione profonda nella concretezza dei problemi di trasformazione di un luogo, quasi a volerne svelare il segreto”.  Questo segreto delle radici è di fatto il “principio conformativo dei luoghi”: non tanto il genius loci di Norberg Schulz ma proprio un sistema di relazioni e segni fisici che dovrebbero dare il senso di conformazione di un luogo.

Questo presuppone un’analisi di valore stratigrafico; occorre svelare i tracciati di fondazione, i tracciati regolatori, i modi con cui ridare coerenza ai reperti in “situ”.

Se poi queste tracce non sono sufficienti a dar forza coerente al luogo, occorre trapiantarle da un altro luogo, utilizzare i modelli virtuosi offerti dalla storia per rinforzare le strutture troppo labili, per esempio delle periferie.

Qui soccorrono certi esercizi che utilizzava un altro suo amico e maestro, Carlo Aymonino: importare nei luoghi dei modelli precostituiti altrove (l’ospedale di Mirano che si trasferisce nel Campus di Pesaro o i modelli dell’antichità riutilizzati nella città contemporanea o la collezione di progetti già fatti utilizzata a Roma Est per rifondare quella periferia).

Questo radicamento – si capisce bene allora – non significa affatto imitazione o semplice contestualismo; è proprio un principio di integrazione, che vuol saldare il nuovo con l’antico, è un processo di innesto (potremmo utilizzare questo termine fortunato usato da Zucchi per l’ultima Biennale di Architettura).

E’ evidente che un simile processo “integrativo” non può dar luogo a forme pure, è evidente che lavora sulla complessità e sull’ibridazione. In questo l’architettura di Panella si mostra faticosa, ibrida appunto, ai limiti dell’eclettico, aperta alla contaminazione e anche alla mutazione futura, in qualche modo non finita. Risente senza dubbio di influssi legati alle ricerche del primo periodo postmoderno, di Stirling per esempio, dello stesso Aymonino, e certamente della ventata anti-purista alzata da Venturi con il libro Complessità e contraddizione, anche se mai veramente riconosciuta da Panella.

In questo è una linea parecchio lontana dalle posizioni di alcuni colleghi veneziani con cui ha pur strettamente dialogato e che provenivano dalla stessa scuola di Samonà, come Polesello per esempio, che nella mia precedente lezione leggevo come il possibile capostipite di una linea “rifondativa”, differente da quella “integrativa” che personaggi come Aymonino o Panella incarnano e che ricerca – come dicevo – la “forma compiuta” non nel singolo pezzo di architettura ma in un complesso più vasto, che è una parte di città intera, negando valore all’oggetto architettonico ma privilegiando le relazioni spaziali complesse dentro la città e quindi decomponendo di fatto anche l’oggetto architettonico stesso in funzione di tale logica relazionale – correndo anche il rischio di sporcare o perdere la forza figurativa dell’oggetto stesso.

La “centralità” e l’architettura civile

Ma torniamo allora ad un’altra parola-chiave dell’architettura urbana di Panella: il concetto di “centralità”, che si connette con la volontà di affermare il valore civico-civile dell’architettura pubblica nella città.

In altre parole: l’architettura al servizio di una missione politica e civile, connotata nel senso dell’uso collettivo delle risorse urbane e della stessa città come prodotto collettivo. In altre parole ancora: l’architettura al servizio della comunità e di un’idea di comunità (urbana).

Non è un caso che molte delle sue realizzazioni di architetture per la città (e il caso più esemplare è ancora quello di Pesaro) siano complessi scolastici e di spazio pubblico collettivo, assunte come nuove centralità nella città non consolidata.

L’occasione delle scuole o dei centri civici, spesso in piena periferia destrutturata, è sempre l’occasione per costruire germi di centralità, di armatura pubblica, e quindi non architetture civili come monumenti oggettuali, in senso illuminista, ma architetture civili come gangli di relazioni innervanti più vasti tessuti urbani, con una grande enfasi posta sulla costruzione dei percorsi e degli spazi pubblici, esterni ed interni, e sull’innesto su una rete di relazioni urbane più vaste. Non a caso spesso si lavora per linee e per nodi, per spazi lineari, a galleria, e per spazi nodali, a corte e a piazza, ed anche per punti nodali dotati di forma plastica, denotativi, segnaletici a livello urbano.

Dietro questi modelli c’è Le Corbusier, ma c’è soprattutto anche la logica di impianto delle architetture del costruttivismo sovietico (da Ginzburg a Nikolaev e così via), o – in altri casi – quella (amata anche da Aymonino o da Stirling appunto) degli impianti claustrali complessi.

In altri progetti, questa logica di costruzione di strutture fisiche (e pubbliche) nodali per la rigenerazione dei tessuti urbani, si monta (entrando in più stretta relazione con i tessuti della città più stratificata) con la volontà di continuare la riscrittura dei palinsesti urbani, recuperando e manipolando i segni della topografia dell’esistente. E’ il caso dei progetti per le aree di margine del centro storico di Pesaro o del quartiere Duca d’Abruzzi di Bari o anche di alcuni progetti per i margini di Venezia, che – come già nell’esperienza di Roma Est – rimettono in campo la tecnica del riuso di modelli formali (più che tipologici) precostituiti, da innestare nei tessuti esistenti, come sistemi di linee conformatrici del pezzo di città.

Gli strati e il palinsesto

Questo atteggiamento di riscrittura del palinsesto urbano esplode in tutta la sua carica “riformativa” nei progetti che si confrontano direttamente con l’archeologia urbana, che impegnano tutto un largo pezzo della produzione progettuale di Panella (certamente influenzato anche dalla vicinanza ai dibattiti archeologici condotti con sua sorella Clementina e i suoi maestri Bianchi Bandinelli e Carandini, e propiziato dal lavoro a stretto contatto di gomito con Carlo Aymonino ai tempi della sua esperienza di assessore al centro storico di Roma). Le aree archeologiche dei Fori diventano campo di sperimentazione progettuale, difficile e pericoloso, che accompagna Panella per anni, fino al libro recente dedicato esplicitamente a questo tema dal titolo Roma: la città dei Fori.

“Ecco perché – scrive Panella – non mi pare importi molto riconoscere l’esistenza o meno di un nesso intercausativo tra “strati” e segni diversi; mi pare importante registrare continuità, discontinuità, rotture, sapendo però che oggi qualsiasi soluzione non può ignorare il palinsesto, comprese le sue cancellature”.

In quest’opera di manipolazione-ricostruzione (forse oggi potremmo dire riciclo?) Panella sperimenta spregiudicatamente tutti i gradi di intervento: dalla conservazione filologica e il ripristino o l’anastilosi al risarcimento e il completamento, alla manipolazione e reinvenzione.

“Naturalmente va perseguita – scrive Panella – un’analisi serrata del palinsesto urbano nel quale interveniamo, delle strutture morfologiche che lo compongono e dei tracciati, per poter ritessere, ove possibile, maglie interrotte o nascoste, perché il compito del progetto urbano, nel contesto che ci siamo dati, è essenzialmente quello della messa in valore, quasi del commento a una narrazione che per buon parte è già data e consiste nel prezioso testo nel quale si va a operare”.

Acropolizzazione

Al concepire la città composta di strati sovrapposti consegue la necessità di concepire il progetto esso pure come composto di strati, capaci di dialogare direttamente con i differenti strati della città stessa.

Questo conduce Panella – e qui di nuovo ritorna un legame con certe teorie di intervento sulla città storica di Samonà che richiamavo nella mia precedente lezione parlando dello storico didascalico progetto di Samonà per l’ampliamento di Montecitorio – a stabilire una procedura progettuale che chiama “acropolizzazione” che determina la sovrapposizione di due modalità di impianto progettuale: una (per il basamento o la sostruzione) che stabilisce soluzioni di continuità con i tessuti circostanti, quindi di tipo strettamente “integrativo”, e l’altra che invece si imposta più liberamente con una logica spesso di corpi staccati modernamente concepiti, che definisce lo strato sovraimposto, le sovrastrutture.

Di questa logica vi ho già parlato a proposito per esempio della genesi stratificata del progetto di Tschumi vedi caso proprio per il museo dell’Acropoli di Atene, richiamando anche la coppia dialettica di Frampton fra stereotomico e tettonico.

La riflessione di Panella si riconnette anche in questo caso all’eredità greco-romana, ragionando sui rapporti sostruzione-costruzione degli impianti urbani romani, o più semplicemente sul rapporto podio-tempio nella classicità greca, o più precisamente sul rapporto piano di sostegno-oggetti architettonici appunto dell’Acropoli ateniese.

I due strati lavorano evidentemente in modo diametralmente opposto: il basamento lavora per masse e spazi che formano uno strato poroso continuo; la sovrastruttura lavora per giustapposizione di oggetti, dialoganti a distanza: in qualche modo il primo strato si riferisce alla città compatta più antica, il secondo alla città per corpi distinti e quindi discontinua del Moderno.

Unità architettonica e parte di città

Ma, richiamando i temi che ho già trattato nella precedente lezione, a proposito delle strategie progettuali per il progetto della città stratificata, accanto al tema del progetto per sovrapposizione di strati in verticale si pone anche il tema del progetto per congiunzione di tessuti morfologici differenti in orizzontale (o altrimenti detto il tema dell’intervento di cerniera nei margini interni della città, fra diverse “parti di città”.

Qui interviene l’interpretazione che Panella dà di un tema caro a Carlo Aymonino, sviluppato nel dibattito del Gruppo Architettura e applicato metodologicamente nel Piano del C.S. di Pesaro, ovverossia del rapporto fra il concetto di “dimensione architettonica” o di “unità architettonica” e quello di “parte di città formalmente compiuta” (che nel linguaggio urbanistico del piano di Pesaro si trasferisce nel concetto di “area progetto”). Il che instaura un meccanismo di collaborazione fra la definizione dell’intervento architettonico in quanto elemento o unità minima di intervento e il suo utilizzo per dare compiutezza formale ad un intero complesso urbano o parte di città. (Ricorderete la lettura che vi offrivo del rapporto regia-intervento singolo nell’operazione di Jacopo Sansovino per il rimaneggiamento di piazza San Marco).

Con questo si scardina l’idea che la città si costruisca per sommatoria di edifici, ma si accetta invece una collaborazione fra unità architettonica (non necessariamente unità edilizia) e conformazione della città intera o di una sua parte identificabile per forma.  Questa logica è abbastanza chiaramente ritrovabile in un progetto come quello per Abano, ma anche per Venezia Ovest, o nei progetti per le periferie romane.

Vuoti e fori – Natura e artificio

Durante il corso abbiamo parlato a lungo del valore del vuoto come materia di progetto, ragionando sui rapporti fra scultura e architettura (tema che si riprenderà domani nel seminario a Palazzo Ducale). Anche nel lavoro di Panella questo tema entra ampiamente, ed entra però nella sua valenza di spazio urbano.

Un caso esplicito in tal senso è il progetto firmato con Aymonino per la piazza Mulino a Matera. Là dove ci si sarebbe aspettati la ricostruzione di un isolato in forme perimetrali, Panella si inventa invece un nuovo spazio urbano che dilata l’esistente crocevia, arretrando fortemente il fronte dell’edificio, incurvandolo in un’esedra. A questa piazza-esedra si aggiunge, all’interno del corpo compatto monolitico dell’edificio, un altro spazio cavo in forma allungata di circo, che è la galleria commerciale interna. L’impianto del progetto ha una vaga relazione con gli impianti romano-ellenistici. Gli spazi cavi, sottratti alla massa dell’isolato costruito, diventano la matrice spaziale e figurativa del complesso: uno spazio caveoso che richiama le radici morfologiche dei Sassi di Matera.

Il tema del vuoto urbano si amplifica nei progetti più recenti di Panella, affrontando anche la nuova scommessa del progetto di paesaggio dentro la città che lavora nei “terrains vagues” e nelle aree dismesse, da restituire alla città come spazi collettivi.

E’ quanto cerca di fare Panella soprattutto nei progetti di concorso per le città emiliane, di cui l’unico realizzato è il campus universitario di Bologna al Navile.

In quest’ambito tematico si consuma – mi pare – l’evoluzione della ricerca di Panella dal tema delle centralità urbane come gangli vitali dello spazio collettivo al tema della città per parti fino ad una città per frammenti, in cui il disegno costitutivo generale perde una sua forte coerenza di insieme affidando la sua riconoscibilità e connotazione formale a un tessuto connettivo di grandi spazi collegati alla geografia territoriale.

Questa strategia è già presente nell’esperimento presentato alla Triennale di Milano con un progetto “ibrido di forme geometriche e razionali e di forme naturalistiche, configurato come un grande parco urbano post-moderno” per l’area Falck di Sesto San Giovanni. Si applica più precisamente nei progetti bolognesi, dove la nuova forma urbis è concepita come una sorta di conglomerato di frammenti piuttosto che come mosaico di tessere collaboranti a un disegno di insieme.

I cardini della composizione urbana sono affidati a un montaggio di tipi precisamente identificati di spazio urbano, che costituiscono qui le unità architettoniche primarie (la piazza, il viale porticato), e si incardinano come spina portante dei corsi d’acqua: il Navile oppure il fiume Reno, accettando anche un ruolo formativo importante per le grandi infrastrutture di comunicazione.

 

BIBLIOGRAFIA

Raffaele Panella, Architettura e radicamento, Palombi, Roma 2000

Renato Bocchi (a cura di), Per la città. Raffaele Panella. Architetture/piani/ricerche, Gangemi, Roma 2005

Raffaele Panella (a cura di), Architettura e città. Questioni di progettazione, Gangemi, Roma 2008

Raffaele Panella, L’Università di Bologna al Navile e altri progetti emiliani, a cura di R.Cantarelli, Festival Architettura, Parma 2010

Riccarda Cantarelli (a cura di), Raffaele Panella. L’architettura del molteplice, Il Poligrafo, padova 2012

Raffaele Panella, Roma. La città dei Fori, Prospettive, Roma 2013

RAFFAELE PANELLA

 

 

 

 

 

 

 

 

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