L’architettura “sostenibile” secondo Renzo Piano

Estratti da:

RENZO PIANO, Giornale di bordo, Passigli, Firenze 1997

Un mestiere antico

Quello dell’architetto è un mestiere d’avventura: un mestiere di frontiera, in bilico fra arte e scienza. Al confine tra invenzione e memoria, tra il coraggio della modernità e la prudenza della tradizione.

Mi piace pensare all’architetto come a colui che usa la tecnica per creare un’emozione; un’emozione artistica, per l’appunto.

La progettazione non è un’esperienza lineare, cioè hai un’idea, la metti su carta, poi la esegui e buona notte. E’ invece un processo circolare: la tua idea viene disegnata, provata, ripensata, ridisegnata, tornando infinite volte sullo stesso punto. E’ il “provando e riprovando” di galileiana memoria.

Arte e tecnica: tradizione e innovazione

L’idea che tecnica ed arte appartengano a universi separati e paralleli è dannosa quanto recente.

L’architettura è un’arte piena di contraddizioni. I più colti fra noi traducono queste contraddizioni in antitesi: tra disciplina e libertà, tra tecnologia e ambiente, tra modernità e tradizione.

L’invenzione architettonica non può prescindere dalla storia, dalla tradizione, dal contesto costruito. Può decidere di contrapporsi a tutto questo, ma anche così ne tiene conto, seppure in termini di opposizione, di rovesciamento.

Certamente è l’eredità di una cultura umanista che consente le più spericolate evoluzioni: sotto c’è sempre la rete del nostro passato che ci protegge.

Quelli che per noi sono i classici erano a loro tempo grandi innovatori. Guardare a essi deve significare riscoprirne i valori, non i risultati: se no, si applica una cifra formale, ma si tradisce l’intenzione autentica.

Un approccio umanistico all’architettura

Abitare la frontiera significa eludere i confini. Io ho scelto di lavorare confondendo le acque e mescolando le discipline. Non mi interessano le differenze fra le arti e le scienze, mi interessano le similitudini.

Anche l’architetto è un esploratore: vive sulla frontiera, e ogni tanto sconfina, va a vedere che cosa c’è dall’altra parte.

L’architettura sostenibile

L’architettura è una seconda natura che si sovrappone a quella vera. Quando uno che fa il nostro mestiere parla di ambiente dovrebbe sempre ricordarlo.

Noi modifichiamo il territorio al fine di renderlo accogliente e piacevole per l’uomo.

E’ giusto parlare di sostenibilità dell’architettura, che è però tutt’altra cosa: significa capire la natura, rispettare la fauna e la flora, collocare correttamente edifici e impianti, sfruttare la luce e il vento.

E’ quello che cerchiamo di fare oggi in due progetti nel Pacifico, il centro culturale Kanak della Nuova caledonia e la torre di Sydney: mettersi in rapporto intelligente con l’ambiente, che (come tutti i rapporti intelligenti) prevede anche un certo grado di tensione tra il costruito e la natura.

Da: Anatxu Zabalbeascoa, Renzo Piano. Arquitecturas sostenibles. Entrevista

La sostenibilità consiste nel costruire pensando al futuro, non solo tenendo conto della resistenza fisica di un edificio, ma pensando anche alla sua resistenza stilistica, negli usi del futuro e nella resistenza del pianeta stesso e delle sue risorse energetiche.

Credo che l’accento sulla sostenibilità, piuttosto che diminuire il potenziale poetico di un edificio, debba aumentarlo attraverso il rinforzo di aspetti come la trasparenza, la luce e la relazione col paesaggio.

Un architetto deve avere grandi conoscenze tecniche e essere informato degli ultimi avanzamenti in questo campo affinché la sua architettura sia capace di assimilarli senza farli vedere. Credo che ‘architettura sostenibile sia quella che è capace di trovare quest’equilibrio.

(parlando della Fondazione Beyeler)  Nel centro della stanza si situano le opere d’arte. La luce naturale diretta non può raggiungerle mai, perché deve essere sempre indiretta. Per questo si è costruito uno spazio di quasi 2 metri di altezza in cui si tratta l’aria e si filtra la luce. Attraverso un pavimento doppio, l’aria entra nello spazio abitabile a una velocità lentissima, più lenta della velocità di salita delle particelle di polvere. Se però per applicare queste norme di risparmio energetico si fosse prodotta un’architettura pesante, umanisticamente fuori controllo, non mi sarebbe interessato affatto. Considero che culturalmente, antropologicamente, socialmente, psicologicamente e umanisticamente, certe soluzioni architettoniche sono inaccettabili e proprio qui sta l’obbligo dell’architetto: costruire architetture sostenibili che facilitino e migliorino la vita delle persone.

Il luogo e lo spazio

Lo spazio oggi si è ripiegato su se stesso, e avvolge le cose in modo diverso. Io cerco un modo contemporaneo, non nostalgico, di rapportarmi con lo spazio.

Al tempo stesso, il problema del rapporto fra locale e universale non è solo logistico: è anche culturale, estetico, simbolico. Kenneth Frampton ha introdotto una riflessione sulla “forma del luogo” (place-form) e sulla “forma del prodotto” (product-form): i due termini tra cui si instaura la dialettica dell’architettura. Mi pare un bel modo per esprimere la tensione tra il suolo e il manufatto, l’ambiente e il costruito, il locale e l’universale.

La struttura d’appoggio dell’edificio è normalmente fatta di materiali che vengono dal luogo, è come un bassorilievo scolpito nel luogo. Questo vuol dire che ogni progetto ha una parte topografica.

Lo spazio

La leggerezza, in fondo, contrasta con la nostra percezione più profonda dell’architettura: nel nostro inconscio scatta naturalmente l’associazione “casa-riparo-protezione-solidità”. Nel costruito cerchiamo istintivamente la chiusura, la delimitazione. Lo spazio non esiste se non in quanto precisamente (e solidamente) circoscritto.  E’ un concetto di spazio che mi inquieta. Mi sembra il ripieno di un sandwich di mattoni. Uno strato d’aria compresso tra i muri che lo circondano.

Io ho un’idea dello spazio meno soffocante. Lo spazio dell’architettura è un microcosmo, un paesaggio interno. Non invento niente: prendiamo l’atelier di Brancusi: per lui l’atelier era un bosco metaforico di Romania. Lo spazio era un tutto unico con gli oggetti che conteneva: sculture, pietre, tronchi d’albero…

Gli elementi immateriali dello spazio

Credo che sia importantissimo lavorare sugli elementi immateriali dello spazio, e mi avvince questa ricerca, credo che sia in fondo uno dei filoni principali della mia architettura.

Se fai un museo, quello che offri è la contemplazione: non basta che la luce sia perfetta, ci vuole di più. Ci vuole calma, serenità.

Se costruisci una sala da concerto non ti basta un’acustica perfetta: devi fare partecipare tutti alla musica.

Se fai una casa devi ottenere un senso di protezione, di confortevolezza. Devi creare intimità fra gli occupanti, ma senza escludere l’esterno, la natura, la città, la gente.

Gli obiettivi ogni volta cambiano, ma ruotano sempre intorno all’esigenza di creare emozione.

L’idea di spazio, emotivamente parlando, è come la musica E’ immateriale.

Leggerezza e trasparenza

Per valorizzare gli elementi immateriali io sono partito in modo ingenuo, anche un po’ primitivo, dalla leggerezza.  …. Togliere peso alle cose ti insegna a far lavorare la forma delle strutture, a conoscere i limiti di resistenza dei componenti, a sostituire la rigidità con l’elasticità .

Quando cerchi la leggerezza, automaticamente trovi un’altra cosa preziosa: la trasparenza. A forza di togliere, togli anche opacità al materiale.

La leggerezza è uno strumento, e la trasparenza è il contenuto di una poetica.

La luce

Per sfruttare tutte le potenzialità della luce abbiamo spesso creato spazi a piani verticali multipli e successivi. Il Museo che ospita la Menil Collection non è un edificio enorme, ma ti dà un senso di infinito; la ragione è negli spazi che si sovrappongono uno dopo l’altro, per piani successivi, e danno profondità di campo alla visuale.

La luce non ha solo un’intensità, ma anche una vibrazione, che riesce a increspare un materiale liscio, a dare tridimensionalità a una superficie piatta.

La luce, il colore, la grana del materiale sono parte di un paziente “lavoro in corso” nel mio ufficio.

Il decoro

Nell’architettura giapponese esiste un rituale di fare le case, con una precisa gerarchia di dettagli: dal tatami alla parete leggera. Ma le pareti sono a loro volta un insieme fatto di particolari: il telaio, la carta di riso incorniciata…

La natura

Più che di imitazione (della natura) parlerei di allusione: si riconosce qualcosa, come spesso capita in musica: si è consapevoli di aver riconosciuto, ma non si sa cosa. Ed è qui ancora il rapporto tra struttura, spazio ed emozione che è al centro del mio lavoro.

 

Estratti dalla mostra La méthode Piano, Parigi, Cité de l’architecture et du patrimoine, novembre 2015

PAESAGGI

Il progetto cerca una simbiosi con il paesaggio creando un proprio paesaggio; si tratta di scegliere di far scomparire la struttura o di affermarla.

Che si tratti di un ‘villaggio’ contemporaneo – il riferimento è alle capanne della Melanesia a Nouméa – per ospitare un nuovo centro culturale tra l’oceano e la laguna, oppure di tutt’altro tipo di villaggio – un complesso dedicato alle scienze a San Francisco, nascosto sotto un manto topografico verde in uno dei più grandi parchi urbani del mondo – la soluzione è sempre bioclimatica, low-tech.

Questi due progetti molto specifici – uno che filtra i venti alisei e si rapporta strutturalmente con i pini monumentali sulla costa del Pacifico, l’altro che si fonde in un parco lineare diventando un punto-chiave sull’altro lato dell’oceano – costruiscono, con metodi molto diversi, propri paesaggi interiori

Noumea, Nuova Caledonia

1991 – 1998

Il Centro Culturale Tjibaou è dedicato alla cultura e trae ispirazione dalle tecniche di costruzione e le competenze locali, combinando tecniche moderne a sistemi tradizionali.

Per progettare un edificio perfettamente adattato al contesto, il primo obiettivo era una profonda conoscenza della cultura Kanak – interiorizzando la storia, il luogo di vita e credenze del popolo Kanak. Il progetto è il risultato di una stretta collaborazione con gli abitanti, con Marie-Claude Tjibaou (la vedova di Jean-Marie Tjibaou) e con Alban Bensa, antropologo.

Ispirato al profondo legame tra i Kanak e la natura, il progetto ha avuto due temi-guida: in primo luogo, evoca i sistemi di costruzione della tradizione Kanak e, d’altra parte, l’uso di materiali moderni quali vetro, alluminio, acciaio  assieme alla luce o a materiali tradizionali come la pietra e il legno.

Il centro è un insieme di volumi edilizi ed aree boschive, di funzioni e percorsi, di pieni e vuoti. Si trova su una lingua di terra, una penisola circondata dal mare su tre lati. Il sito è coperto da una fitta vegetazione dove sentieri furtivi portano al nuovo “Village”. La forma a mezzaluna dei padiglioni definisce spazi collettivi, che richiamano la struttura e l’organizzazione delle capanne indigene della Nuova Caledonia. Dieci edifici, tre altezze diverse (da 20 a 28 metri) affiancati lungo una strada pedonale. Il primo gruppo di padiglioni ospita spazi espositivi, il secondo un centro di ricerca, una sala conferenze e una biblioteca

e l’ultimo  locali per la musica, la danza, la pittura e la scultura. Hanno una struttura curva con doghe di legno agganciate. Sono scafi arcaici che contengono spazi di tecnologia moderna. Si è scelto il legno di iroko perché richiede poca manutenzione e non è soggetto ad attacchi delle termiti; questo legno richiama bene le fibre dei  tessuti vegetali locali. Gli edifici sono dotati di un sistema di ventilazione passiva efficace che evita impianti di condizionamento. Attraverso l’uso di un doppio involucro, l’aria circola liberamente tra due strati di rivestimento laminato. L’orientamento delle aperture della facciata esterna è studiato sulla base dei venti monsoni provenienti dal mare. I movimenti d’aria sono controllati utilizzando le strutture orientabili dei lucernari, aperte in presenza di una leggera brezza per aumentare la ventilazione naturale e chiuse dal basso verso l’alto quando il vento si alza. Questo sistema è stato sviluppato e testato in una galleria del vento con modelli in scala.

California Academy of Sciences

San Francisco, California, Stati Uniti

2000 – 2008

Per progettare una grande istituzione culturale per la scienza a San Francisco, città molto coinvolta nelle problematiche ambientali, era necessario trovare un linguaggio che traducesse quella visione condivisa del presente. Attraverso i suggestivi spazi del Museo di Storia Naturale, dotato di un esteso tetto verde traspirante e con la convivenza fruttuosa di attività di divulgazione e di ricerca, l’architettura della nuova sede della California Academy of Sciences vuole trasmettere la passione per la conoscenza della natura e ricordare a tutti che la terra è fragile.

L’Accademia ha organizzato un concorso nel 1999 per la realizzazione della sua nuova sede nel Golden Gate Park, in un sito occupato in precedenza da 11 edifici costruiti tra il 1916 e il 1976 e raggruppati intorno ad un cortile centrale.  Il nuovo edificio non cambia né la posizione, né l’orientamento del museo, costruito attorno a un grande spazio centrale: la “Piazza”, che è protetto da un tetto di vetro reticolare simile a una grande tela di ragno. Questo atrio è il cuore del complesso museale. Nel complesso, si potrebbe immaginare una enorme zolla di terra rettangolare di dieci metri di altezza che protegge il museo e le sue attività. Il tetto dell’edificio accoglie infatti 1,7 milioni di piante autoctone selezionate e trapiantate in vasi di fibra di cocco biodegradabile. Questa piastra di copertura ha tre piccole colline al centro costellate da una serie di oblò che si aprono meccanicamente, regolando la ventilazione all’interno dell’edificio. Il piano dell’Accademia, con tre grandi volumi sferici del Planetario e della Biosfera, è quindi visibile dal contorno dell’edificio. L‘umidità immagazzinata nello strato di terra del tetto assolato, grazie all’inerzia termica, abbassa le temperature all’interno, eliminando la necessità di un impianto di climatizzazione nelle aree comuni al piano terra e nei laboratori di ricerca esterni.  Le celle fotovoltaiche installate nel baldacchino che corre lungo il perimetro dell’edificio producono più del 5% dell’energia necessaria al funzionamento del museo. Attraverso la scelta dei materiali, per gran parte riciclati, e la ventilazione naturale, il controllo del consumo di acqua e l’indipendenza energetica si è ottenuta la certificazione LEED a livello Platinum.

CONFRONTI

Quale scrittura, quale scenario si può adoperare per un sito segnato daun capolavoro? In Francia come negli Stati Uniti, la sfida affrontata era difficile: da un lato l’impronta di Le Corbusier sulla collina di

Ronchamp, dall’altro quella di Louis Kahn con lo skyline orizzontale di Fort Worth nel Texas. Di fronte a questi mostri sacri il margine di manovra è strettissimo; nulla sarà perdonato se qualcosa arriva ad offuscare l’icona di un’epoca. La risposta è lì, incorporata nella topografia della Haute-Saône o nella geometria della città texana. In entrambi i casi la dimensione del silenzio imposta il dibattito concettuale. Architettura della “scomparsa” per alloggiare le suore Clarisse esaltando le condizioni della contemplazione, architettura della ripetizione e logica seriale per ospitare le nuove collezioni museali del Kimbell.

Monastero di Santa Chiara

Ronchamp, Francia

2006 – 2011

La cappella di Notre-Dame du Haut a Ronchamp, realizzata da Le Corbusier, è una delle grandi opere

dell’architettura del XX secolo, diventata una meta di turismo internazionale. Il sito aveva bisogno di un progetto in grado di ricreare la dimensione religiosa e il senso intenso di raccoglimento del progetto di Le Corbusier. In un più ampio progetto di riqualificazione del sito, l’associazione Oeuvre Notre-Dame du Haut affidava al RPBW la realizzazione di un monastero per le Sorelle Clarisse e un luogo di accoglienza per i visitatori, la Gatehouse. Fedele alla topografia, la nuova costruzione è un’architettura piccola i cui spazi interni si aprono con grandi finestre verso la foresta e verso la luce. Il progetto per il piccolo monastero delle Clarisse si basa sul silenzio e sul “paesaggio acustico”. L’edificio sorge sulla collina, in contatto diretto con il bosco, ma non è visibile dalla cappella di Le Corbusier: dialoga con il suo mondo spirituale, e non con quello fisico. Il monastero sarà abitato in modo permanente, il che consente una riqualificazione complessiva del paesaggio circostante comprensiva di una casa per i pellegrini.

Il monastero è una struttura modesta di calcestruzzo, rispettoso del paesaggio e accuratamente inserito con l’uso della pietra rossa di Bourlemont. E’ composto da una serie di celle, spazi comuni e sale studio, oltre a un volume lineare che ospita i locali per gli ospiti. L’edificio ha anche un piccolo oratorio indipendente. La sua struttura semplice richiama lo spirito di semplicità del tutto. Il tetto è una superficie piana vegetale da cui emergono esclusivamente alcuni tetti di zinco che proteggono le finestre delle celle.

Il piano generale si basa sulla ripetizione del modulo di celle (2,70 x 2,70 x 2,70 m) per standardizzare la costruzione, ma anche perché lavorare con un modulo minimo che risponde allo spirito della comunità, discreto e diligente. Gli spazi sono in buona parte ipogei e ogni cella ha, sul lato sud-ovest, una serra di frontea l bosco di acacie e castagni. L’unità fisica e visiva degli spazi è affidata anche a un uso ricorrente di un singolo materiale: il cemento grezzo. All’interno, a volte, appare il colore, accompagnato dai mobili, dalle vetrate, dagli infissi in alluminio e dalle serre.

Kimbell Art Museum (estensione)

Forth Worth, Texas, Stati Uniti

2006 – 2011

Il Kimbell Art Museum è stato costruito da Louis Kahn nel 1972. L’espansione progettata dal RPBW stabilisce un dialogo intimo, rispettoso e onesto con quella architettura potente e delicata. La nuova ala  permette di accogliere i programmi didattici e le mostre temporanee, salvaguardando l’uso per la collezione permanente del museo di Kahn. Con la costruzione del nuovo Padiglione si raddoppia l’area delle gallerie e si aggiungono nuove sale per esposizioni temporanee, aule e laboratori didattici, un grande auditorium (298 posti), una biblioteca e un parcheggio sotterraneo.

Il parcheggio può anche ripristinare l’originale approccio all’architettura di Kahn che favoriva l’ingresso dalla facciata ovest eliminando l’abitudine poi invalsa di accedere all’edificio attraverso l’ingresso situato dall’altro lato, considerato da Kahn come secondario.

Pur mantenendo uno stretto rapporto con il museo di Kahn – altezza, scala, pianta, materiali e importanza data alla luce naturale – il padiglione proposto dal RPBW ha un aspetto arioso e trasparente: è allo stesso tempo leggero e discreto (più della metà della costruzione è situato nel seminterrato) ma anche facilmente identificabile in un dialogo vecchio/nuovo.

Il padiglione è composto da due edifici. Il primo, il “padiglione volante”, si trova verso l’ala ovest del museo di Kahn, dal quale è separato da una fila di alberi. Ha una facciata tripartita riflesso della sua organizzazione interna; l’ingresso è situato nel centro, in una parte vetrata, ariosa e trasparente. All’interno, ai lati dell’ingresso, ci sono due sale espositive temporanee. All’esterno, ai lati del padiglione, una serie di pilastri quadrati in calcestruzzo sostiene doppie travi lamellari e la copertura in vetro a sbalzo che protegge le facciate nord e sud. Questa copertura stratificata, sapientemente studiata, consiste non solo di putrelle in legno, ma anche di vele ombreggianti, di vetrate e di un sistema di lamelle in alluminio orientabili e di cellule fotovoltaiche. Questa tecnologia avanzata consente un perfetto controllo della luminosità interna. Un passaggio vetrato conduce al secondo edificio, che è quasi del tutto ipogeo e coperto con la vegetazione che funge da isolante termico naturale. Esso contiene un terzo showroom, progettato per ospitare le opere che non supportano la luce naturale e un auditorium con spazi per la didattica.

In analogia con l’architettura di Kahn, la scelta dei materiali del nuovo edificio rigaurda vetro, cemento e legno. Passeggiando all’interno degli spazi, lo sguardo scivola dolcemente dall’interno all’esterno, dando una meravigliosa sensazione di leggerezza e trasparenza.

PEZZI DI CITTA ‘

Ricucire, recuperare, una strategia che mira a ricreare collegamenti nel tessuto della città, in Europa come negli Stati Uniti. Raccogliere un museo e uffici a Oslo, in un complesso urbano che estende la città secondo un concetto di architettura galleggiante e luminosa. Ricollegare la città al mare ad Atene, attraverso un grande piano inclinato, un grande parco a disposizione del pubblico, dove si nascondono due strutture culturali. Creare la nuova città di Trento, ai piedi delle Alpi, con un “eco-quartiere” che incorpora un museo delle scienze. Sviluppare, a New York, un nuovo campus per una brillante università americana: nuovo sito, nuovo concetto che incorpora uno strato di urbanità aperto al piano terra al quartiere di Harlem. Quattro progetti che girano attorno all’idea base dello spazio pubblico.

Astrup Fearnley Museum of Modern Art

Oslo, Norvegia

2006 – 2012

Tjuvholmen è un nuovo centro culturale nel sud-ovest del centro città di Oslo. In una combinazione di arte e spettacolo, il complesso ospita il Museo d’Arte Contemporanea Astrup Fearnley, un edificio per uffici, un parco delle sculture, una piccola spiaggia e una banchina lungo il mare. Situato nel piano di ampliamento e restauro dell’ Aker Brygge, sede degli antichi cantieri navali, ha una posizione privilegiata lungo il mare con vista sui fiordi. Le richieste al Renzo Piano Building Workshop prevedevano di realizzare uno spazio per la collezione permanente del museo Astrup Fearnley, uno spazio separato per esposizioni temporanee e un edificio per uffici. I tre edifici sono protetti da una copertura di vetro tridimensionale che quasi tocca il terreno nel nuovo parco. La visita al museo è concepita come un viaggio in dieci stadi attraverso i tre volumi. Il primo, situato a nord del canale che attraversa il sito della collezione permanente, si estende verso il viale “Tjuvholmen” con uno scalone e una piazza, fino a raggiungere al piano terra gli uffici. A sud del ponte pedonale sul canale, si trova lo spazio del museo dedicato alle mostre temporanee. Si basa su due livelli e offre ai visitatori una serie di esperienze legate alle forme e ai volumi generati dalla curva del tetto, illuminati da uno spettacolare lucernario. Il terzo piano offre uno spazio espositivo per le sculture e una splendida vista della città. L’edificio di quattro piani si sviluppa intorno ad un atrio-filtro centrale in cui la luce piove dal tetto di vetro. Le sale conferenze e le terrazze godono di un panorama spettacolare; il paesaggio è di fatto parte integrante del progetto. Il Caffè, la spiaggia e il parco delle sculture attirano un pubblico eterogeneo che anima lo spazio pubblico e si integra con il resto del quartiere e della città. L’elemento che più caratterizza il progetto è sicuramente il grande tetto di vetro che si erge sopra gli uffici, unendo le varie parti e marca la sua presenza sul lungomare. Grandi vele di vetro sono supportate da travi lamellari curvate, in bilico tra gli edifici e sopra il canale. Queste putrelle sono appoggiate su sottili colonne di acciaio rinforzato da barre di metallo che richiamano il carattere marittimo del sito. Il vetro è serigrafato con ceramica bianca che riduce la trasparenza del 40%. Le facciate sono costituite principalmente da vetro  a basso grado di ferro al fine di mantenere la massima chiarezza e ridurre il colore della luce negli spazi espositivi.

Columbia University New Campus

New York, Stati Uniti d’America

2002 – in corso

Il master plan del campus della Columbia University a Manhattan è stato studiato dalla RPBW in collaborazione con l’ufficio SOM. La prima fase del progetto prevedeva quattro edifici – il Jerome L. Greene Science Center, il Centro Lenfest per le Arti, il Forum e la Scuola di Internazionale di Public Affairs – ed è attualmente in costruzione ad Harlem. La Columbia University è sempre stata un’istituzione urbana. In questo spirito, il nuovo campus vuol essere un luogo di ricerca e di conoscenza della produzione in piena città, a contatto con la realtà sociale, la cultura di strada e l’energia che ne emerge. Il progetto del campus Manhattanville è il frutto di una riflessione sull’organizzazione di un moderno campus universitario e l’importanza dei temi attinenti la diversità e l’accessibilità. Ha voluto anche rispondere in modo efficace a una crescente domanda di posti dedicati all’istruzione. Questo piano a lungo termine, che ha una superficie di 631,740 mq, comprende strutture accademiche, di ricerca, ricreative, residenziali, amministrative e di servizi. Prevede anche spazi pubblici e centri culturali che consentano lo sviluppo di relazioni sociali con la partecipazione attiva della comunità locale. Lo slogan del progetto è permeabilità. Le attività accademiche e le aule sono spostate ai piani alti, preservando per usi pubblici il piano terra. Qui si crea un layer prettamente urbano. Questi spazi ibridi e gradualmente permeabili ospitano una miriade di negozi, ristoranti, gallerie d’arte, teatri, studi medici, sale riunioni o locali destinati ad associazioni studentesche. L’intera rete stradale della città universitaria è pubblica e accessibile ai veicoli, anche se il traffico pedonale è promosso e facilitato dalla presenza, lungo le strade, di filari di alberi e ampi marciapiedi. Infine, il campus sarà in contatto diretto con il Waterfront Park del fiume Hudson. In parallelo allo “strato urbano”, la presenza di spazi esterni di diverse dimensioni e una rete pedonale orientata nord-sud rafforza i collegamenti interni. Il master plan sarà sviluppato in fasi. Il primo, in realizzazione, riguarda un’area triangolare all’estremità meridionale del sito tra la 125 °e la 130 strada, delimitato a ovest dal Riverside Drive e ad est da Broadway. L’ingresso generale al villaggio avviene attraverso uno spazio alberato centrale fra gli edifici. L’apertura completa del sito al pubblico e la completa trasparenza del piano terra sono anche rese possibili dalla delocalizzazione nel seminterrato di tutte le attrezzature tecniche, come ad esempio la centrale elettrica, necessaria durante le prime due fasi del progetto.

Fondazione Stavros Niarchos

Atene, Grecia

2008 – in corso

Il Stavros Niarchos Foundation Cultural Center è in costruzione a Kallithea, quattro chilometri a sud del centro di Atene. Si tratta di un importante centro situato in un parco culturale urbano di 170.000 mq che ospiterà la Biblioteca Nazionale e il Teatro Nazionale dell’Opera di Grecia. Questo progetto permette la conversione di un grande spazio semi-abbandonato che ha ospitato in passato le Olimpiadi del 2004. Il sito tornerà naturalmente a congiungere la città con il mare. Il Comune di Kallithea, ex porto ateniese nella baia di Faliro, è da sempre fortemente legato al mare. Nonostante la vicinanza al mare, questo legame visivo e percettivo si era perduto. Per ritrovarlo, il progetto RPBW costruisce una collina artificiale, nella parte meridionale del sito; questo parco dal profilo inclinato si conclude con la grande architettura del centro culturale, che si apre così in modo spettacolare al mare. L’ edificio principale ospita la Biblioteca e l’Opera Nazionale di Grecia. Ad entrambi gli edifici si accede da un grande spazio pubblico: l’Agorà. L’Opera ha due sale: una tradizionale con 450 posti a sedere, destinata a balletti e opere liriche, mentre la seconda, che può ospitare fino a 1400 persone, sarà dedicata a spettacoli più contemporanei. La biblioteca, invece, luogo di apprendimento, conservazione e trasmissione della cultura, è vista come un importante spazio pubblico aperto per la condivisione delle conoscenze. Nella parte superiore dell’edificio si trova una sala di lettura completamente vetrata; questa vetrina di pianta quadrata permette uno sguardo a 360 ° su Atene e il mare. Si trova direttamente sotto la tettoia che protegge l’intero edificio dal sole e su cui sarà installata una superficie di 10.000 m² di pannelli fotovoltaici in grado di generare 1,5 megawatt di energia ovvero quanto necessario per il centro culturale durante i consueti giorni di apertura. Si favorirà il sistema di ventilazione naturale all’interno dei due edifici. Il rapporto visivo con l’acqua continuerà nel parco dove sarà realizzato

Quartiere ‘Le Albere’ e Muse, Museo della Scienza

Trento, Italia

2002 – in corso

L’area delle Albere, che sorge sulla ex sito Michelin, è un nuovo pezzo di città. La trasformazione di questa periferia post-industriale ripete alcune caratteristiche nobili del tessuto urbano con la gerarchia chiara delle attrezzature urbane e la stratificazione delle funzioni. La coerenza complessiva è mantenuta tra gli edifici con altezze simili e una unità nella scelta dei materiali. Questo quartiere permette di collegare il centro della città di Trento con il suo contesto paesaggistico, con panorami verso l’Adige e il Monte Bondone. Il quartiere annulla la distanza, più psicologica che fisica, che la ferrovia aveva imposto a quest’area rispetto al centro storico. Il nuovo Museo della Scienza rafforza l’identità e la vocazione culturale di questa parte della città. Il perimetro del nuovo quartiere (che copre 116.300 mq) è chiaramente definito; è delimitato a ovest dal fiume Adige, a est dal rilevato ferroviario e a nord dalla villa fortificata rinascimentale detta Palazzo delle Albere. Riconoscendo l’importante ruolo della mixité nella formazione della città, il programma prevede la costruzione di edifici per varie funzioni. I nuovi edifici sono concentrati sul lato est del sito per lasciare spazio ad un nuovo parco pubblico lungo l’Adige. Hanno un piano chiaro, semplice e principalmente orizzontale; le loro proporzioni sono simili a quelle degli edifici del centro storico. La vegetazione onnipresente e l’acqua di una serie di canali crea un rapporto forte tra il fiume e il paesaggio naturale e il costruito. Il piano adotta due tipi di costruzione; da un lato, edifici per uffici con le facciate che fungono da schermi naturali alla linea ferroviaria; dall’altro, gli edifici residenziali che si sviluppano intorno a una corte centrale, parzialmente aperti, consentendo così di vedere i giardini interni alberati. Gli edifici hanno una media di 4 o 5 piani con coperture di zinco che unificano l’immagine del quartiere, il quale è concluso alle sue estremità da due importanti “fari”: Il centro polifunzionale (a sud) e il MUSE, grande museo scientifico interattivo (a nord). Quest’ultimo è il “magnete” per la vita pubblica di tutto il progetto insieme col Palazzo delle Albere, sede del Museo d’Arte Moderna e contemporanea, a confermare la vocazione culturale e ricreativa di questo frammento della città rivitalizzata. Questi due edifici sono circondati da vasche d’ acqua e collegati dai due assi principali del quartiere: uno, pedonale, dritto. mentre il secondo, situato a est, è curvato lungo un canale che serve da  transizione tra il quartiere e il parco. Si tratta di un quartiere bioclimatico dove il rispetto dell’ambiente è un linguaggio preciso e non solo una tecnica applicata. Gli edifici a basso impatto ambientale favoriscono l’uso delle energie rinnovabili.

R.Piano

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...