UN ROVERETANO AI VERTICI DELL’ARCHITETTURA EUROPEA Appunti sulla Filarmonica progettata dallo studio Barozzi-Veiga a Stettino, opera premiata al Mies van der Rohe Award 2015

Renato Bocchi

UN ROVERETANO AI VERTICI DELL’ARCHITETTURA EUROPEA

Appunti sulla Filarmonica progettata dallo studio Barozzi-Veiga a Stettino, opera premiata al Mies van der Rohe Award 2015

Lezione 11.5.2015
Barozzi-Veiga Stettino

I visitatori del MART ricorderanno la bella mostra Perduti nel paesaggio curata lo scorso anno da Gerardo Masquera, che trasformava le monotone sale dell’ultimo piano del museo disegnato da Mario Botta in un suggestivo paesaggio di bianchi volumi e alberi stilizzati ideato da Gianni Filindeu.

In uno di quei bianchi scrigni campeggiava una singolare interessante opera di Carlos Garaicoa, che costruiva a sua volta un paesaggio urbano in forma di una traslucida luminosa multipla lanterna.

Il complesso della Filarmonica di Stettino progettato e realizzato fra il 2007 (vittoria nel concorso) e il 2014 dallo studio italo-spagnolo Barozzi-Veiga con sede a Barcellona, cui è stato consegnato sabato scorso il più prestigioso premio internazionale per l’architettura europea, il Mies van der Rohe Award, mi ha riportato alla mente quell’opera e quella mostra. Non solo perché Fabrizio Barozzi, trentottenne architetto di eccezionale talento, laureato all’Iuav di Venezia e poi emigrato in Spagna, è un roveretano doc come lo è il Mart. Ma soprattutto per l’assonanza che lo stupendo edificio, divenuto già subito un monumento-icona della città polacca, intrattiene con quel suggestivo paesaggio-lanterna urbana ideato dall’artista cubano.
©Simon Menges
La Concert Hall di Barozzi e Veiga disegna infatti una fantastica apparizione luminosa nel denso profilo urbano di Stettino, caratterizzato dalle frastagliate guglie di chiese ed edifici gotici e neogotici, evocando in certo modo anche le forme cristalline della Alpine Architektur di Bruno Taut o forse persino i grattacieli di cristallo del primo Mies van der Rohe stesso.

Ma il nuovo vitreo complesso è soprattutto capace di interpretare da par suo il “carattere” della città polacca senza ripetere in nessun modo forme storicistiche. E’ una figurazione allusiva ed evocativa, appunto, assolutamente moderna ma potentemente iconica: un po’ quello che riuscì in altri tempi al gruppo BBPR con la Torre Velasca a Milano o che tentò in certo modo Gardella con la Casa delle Zattere a Venezia.

Ma il capolavoro non finisce qui: dentro il multiplo scrigno vetrato che disegna come una lanterna il nuovo astratto isolato urbano compare un sorprendente puzzle di spazi , talvolta inondati di luce talaltra chiusi ed opachi per ospitare le due sale da concerto, che sviluppano perfettamente il complesso programma del centro per la musica.
©Simon Menges
E il miracolo continua dentro la grande sala-auditorium, la cui perfetta acustica è nobilitata dal definirsi dell’interno come un autentico prezioso gioiello in forma di un caleidoscopio dorato, che a sua volta può richiamare alla memoria una dimenticata architettura espressionista degli anni ’20: la sala da ballo a Berlino di Wurzbach e Belling.
©Simon Menges

Nelle sue recenti lezioni veneziane, tenute come visiting professor all’Iuav, Fabrizio Barozzi – con il suo consueto pacato understatement – ha parlato, a proposito della sua opera, di “monumentalità aperta”: una definizione in certo modo ossimorica che ben definisce tuttavia il suo navigare fra la poetica sobrietà con cui interpreta i luoghi in immagini e spazi quasi congelati o cristallizzati e la altrettanto sobria potenza immaginifica con cui conferisce valore di monumento agli oggetti architettonici, riuscendo a recuperare – nell’interno della sala – perfino la preziosità del decoro.
Né banalmente post-moderna né appiattita sui dogmi della modernità razionalista, l’architettura di Barozzi e Veiga apre una strada davvero originale per coniugare l’attenzione ai luoghi e ai loro valori relazionali con l’autonoma definizione figurativa, o meglio iconica, del pezzo di architettura.
©Simon Menges
Con il più anziano Renato Rizzi ed ora con Fabrizio Barozzi, Rovereto ha saputo propiziare ancora una volta un contributo determinante per l’architettura italiana ed europea. Il caso ha voluto tuttavia che fosse per entrambi un paese lontano come la Polonia a celebrarne i capolavori: per Rizzi il Teatro Elisabettiano di Danzica, per Barozzi questa splendida Filarmonica di Stettino.

Come per Rizzi, anche per Barozzi è giunto forse il tempo di poter essere anche profeta in patria.

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