Architettura e città: il contributo di Carlo Aymonino

Aymonino

Renato Bocchi
Conferenza del ciclo “4 maestri della Scuola di Venezia”
CARLO AYMONINO
IUAV – Giovedì 17 maggio 2012
L’architettura come fenomeno urbano
E’ una caratteristica fondamentale degli studi di Carlo Aymonino quella di “considerare l’architettura come fenomeno urbano per eccellenza”.
Di fatto la città e la sua costruzione sono il fine ultimo cui l’architettura tende e la ricerca dell’architettura acquista rilevanza soprattutto in quanto affinamento dello strumento che si ritiene più idoneo ed essenziale nella realizzazione della città.
Il carattere fondamentale dell’architettura cui si guarda è la sua qualità urbana, la sua capacità di dialogo con il contesto, la sua capacità di “porsi di volta in volta in rapporto a (ad altre architetture esistenti, a un determinato paesaggio, a un sistema di infrastrutture, etc.), di essere parte compiuta di un processo in divenire” (Aymonino, 1975).
“Per me è fondamentale – dichiara in una intervista – il rapporto tra l’architettura e la forma urbana, anzi, tra l’architettura e la struttura urbana. Ho trovato terrificante, per es., che il progetto del teatro di Avellino non abbia potuto confrontarsi con l’intorno previsto dal progetto…. L’opera che mi è dispiaciuto di più non realizzare è il Teatro Paganini di Parma, che doveva essere un completamento del Palazzo della Pilotta. Tra l’altro, sono convinto che la sua esecuzione avrebbe aiutato a cambiare il dibattito sui centri storici. Un’opera di quel genere, infatti, che non era affatto camuffata, inserita abbastanza bene in quell’ambiente, in quel vuoto, aveva una sua dignità. Il progetto si innestava in un sistema di condizioni complesso e vincolante, propizio comunque a stimolare la libertà creativa. Il teatro doveva essere un luogo d’incontro con una serie di percorsi pedonali. All’interno la scena poteva essere utilizzata in maniera differente, con le poltrone che ruotavano secondo il diverso utilizzo del teatro stesso.” (CLEAN, Napoli 2002).
Non stupisce allora che l’approccio privilegiato all’architettura – secondo questa specifica angolazione – si fondi sull’analisi della città.
Un’analisi, tuttavia, che non è fine a se stessa. “Ho detto più volte – afferma A. (1988) – che non credo possa esistere un rapporto meccanico fra gli studi urbani e la progettazione: una buona analisi non produce automaticamente una bella architettura. E’ vero, tuttavia, che l’analisi urbana, come la conoscenza della storia, può arricchire il patrimonio critico e creativo dell’architetto, fornirgli maggiori elementi di giudizio da utilizzare nel progetto….
La questione del completamento è molto importante: in ogni città storica, infatti, vi sono dei luoghi incompiuti… Un’architettura nuova è necessaria solo là dove altri strumenti – quali il restauro scientifico, il ripristino o il recupero edilizio – non hanno senso operativo e tanto meno solutivo…. Interventi nuovi sono non tanto legittimi ma necessari proprio nelle situazioni ove il nuovo è l’unico strumento a disposizione per risolvere un determinato problema urbano ‘incompiuto’.”
I rapporti tra tipologia edilizia e morfologia urbana
Nel metodo analitico proposto da Carlo Aymonino l’individuazione dei rapporti tra tipo edilizio e forma urbana e dei loro mutamenti nel corso della storia è elemento determinante per comprendere le leggi formative e trasformative della costituzione fisica (ma attraverso questa, anche politico-economica) delle città.
“Dato per esistente il rapporto tra la morfologia urbana e la tipologia edilizia come un rapporto dialettico – scrive A. (1975) – è sul variare di questo che si basa l’esistenza delle città nel suo duplice aspetto: come carattere generalizzabile in determinati periodi storici (la città mercantile-borghese, la città industriale, la città speculativa, ecc) e come carattere individuo di ciascuna città (la differenza tra la Roma tardo-imperiale e la Roma Barocca, ad esempio). Il carattere generale è dato dalla possibilità di rilevare, attraverso l’analisi urbana, la permanenza di un rapporto tra la morfologia urbana e la tipologia edilizia in condizioni geografiche differenti (ad es. le relazioni tra le case artigiane, le strade, i monumenti pubblici in Padova, in Berna, in Parigi, nell’epoca mercantile). Il carattere individuo è dato dalla possibilità di rilevare, sempre attraverso l’analisi urbana, i mutamenti nel rapporto morfologia-tipologia (ad es. le conseguenze che la costruzione del quartiere di Friedrichstadt comportò per la struttura urbana di Berlino rispetto alla precedente forma di città medievale). L’analisi urbana studia quindi le variazioni del rapporto dialettico tra la morfologia urbana e la tipologia edilizia”.
L’analisi proposta ha un duplice intento:
1) di conoscenza (per comparazione di singoli fenomeni urbani) dei processi culturali e delle condizioni materiali connessi con la costruzione fisica delle città nelle varie epoche storiche e, pertanto, di contributo “disciplinare” da parte dell’architetto ad una più generale “storia della cultura materiale” nei processi di costruzione urbana;
2) di conoscenza (per lettura diacronica delle vicende storiche di una città) dei processi di stratificazione e trasformazione delle strutture urbane di una singola città e, pertanto, di contributo “disciplinare” da parte dell’architetto ad una “storia urbana” riferita alle singole situazioni geografiche.
Entrambi questi piani di lettura vengono proposti come fondamentali per il background progettuale di ogni operatore coinvolto nell’opera di innesco di processi di recupero o di trasformazione urbana.
Emerge da questi studi la volontà di prendere coscienza e possibilmente proporre il controllo, in ogni processo trasformativo, degli esiti “conformativi” sulla città che l’intervento architettonico produce; nella convinzione che l’architettura possieda sempre un profondo ruolo di incidenza sulla forma urbana, che abbia cioè il compito e l’onere, in ogni occasione, di “porsi di volta in volta in rapporto a (ad altre architetture esistenti, ad un determinato paesaggio, a un sistema di infrastrutture, ecc).
Parte di città e dimensione architettonica
Un’ulteriore acquisizione di metodo della ricerca di Aymonino negli anni ’60-‘70 riguarda la questione della “parte di città formalmente compiuta”.
“La forma compiuta – scrive A. (1975) – è la raggiunta unità, in un determinato periodo storico, del processo di formalizzazione: essa è perciò riscontrabile sia in un singolo edificio, come affinamento dei suoi elementi costitutivi (il Partenone, rispetto ai templi precedenti) sia in una parte della città (il complesso dei Palazzi Vaticani, di S.Pietro, dei Borghi e di Castel S.Angelo in Roma) sia infine in una città intera”.
Il riconoscimento del “compimento” di tale processo di formalizzazione in una parte di città porta a cristallizzarne il valore nel processo storico e quindi ad attribuirle un giudizio di intangibile permanenza nella struttura di relazioni fisiche d’una città.
La “parte di città formalmente compiuta” si propone perciò a pieno titolo come “fatto urbano”, presa nella sua globalità.
Ed in quanto tale, la “dimensione architettonica” tende in molti casi a coincidere con la parte stessa, data l’assoluta unità raggiunta dalla parte medesima, che annulla di fatto il valore formativo nella città dei suoi singoli elementi costitutivi, come in una sorta di processo chimico di composizione irreversibile degli elementi verso la costituzione di particelle complesse dotate di una propria identità distinta da quella degli elementi componenti singoli (Piazza San Marco a Venezia come complesso unitario composto di pezzi architettonici distinti, di cui però difficilmente può accettarsi la sostituzione).
Nella teoria che ne consegue di una progettazione della città per parti (accertata l’impossibilità nella società contemporanea di un controllo unitario a livello architettonico della città nella sua interezza) alla “dimensione architettonica” è affidato il compito della definizione formale di interi pezzi compiuti della città, dotati di una precisa identità.
Tale teoria viene applicata così alle parti nuove come a quelle esistenti, dando luogo perciò alla possibilità di scomporre in sede critico-progettuale la città esistente in parti compiute o da completarsi.
Riemerge dunque la volontà di un controllo esteso su tutta la costruzione urbana affidato all’architettura, e sia pure frazionato in “parti” (evidente soprattutto nei progetti degli anni ’60 – centri direzionali di Bologna e Torino, fino al Gallaratese, dove l’intervento si spinge verso la “città come tutta architettura” e quindi a una sorta di dimensione megastrutturale dell’architettura, analoga ai contemporanei esperimenti di Tange, di Copcutt, degli Smithson), ma che si stempera in una nozione molto più elastica e articolata successivamente, con la messa a punto della categoria operativa dell’”area-progetto” nel Piano del Centro Storico di Pesaro, in cui la coerenza architettonica della parte si intende raggiunta mediante più graduali operazioni processuali, pur finalizzate ad un risultato ultimo dotato di una propria riconoscibile unità, e dove quindi il pezzo architettonico diventa “strumento complementare per compiere la parte” (cfr. la casa-parcheggio pesarese, ma già prima il progetto per il Teatro Paganini alla Pilotta di Parma e successivamente molti altri progetti, come quelli per Fano, per Ferrara, per Lecce, ecc).
Il rapporto fra analisi urbana e progettazione architettonica
“L’analisi urbana dà un quadro delle relazioni, cioè delle possibili leggi che si vengono a stabilire tra un intervento e l’intorno, tra il progetto e il luogo, sia nel senso che questo può influenzare quello, sia nel senso che quello può presumere questo. E tanti più parametri saranno assunti nell’analisi urbana, tanto più sarà possibile rintracciare delle relazioni che intervengano nella progettazione anche in condizioni di parziale o totale scomparsa dei condizionamenti dell’intorno. E’ qui forse che si può individuare uno dei punti di contatto tra l’analisi e l’intervento. L’analisi delle strutture urbane interviene nella progettazione, là dove si deve assegnare un ruolo alle strutture stesse, darne cioè un giudizio, che diviene conseguentemente parametro di progettazione: non del singolo manufatto edilizio ma di questo e dell’intorno che ne è investito. Quale parte della città antica mantengo e perché (restaurandola o trasformandola); che ruolo assegno ai monumenti (confermandone il precedente o mutandolo completamente); quali permanenze trasferisco nel nuovo assetto e quali abolisco, ecc, sono tutte operazioni di progettazione”.
Queste parole di A. (1975) sono sufficientemente esplicite per spiegare il rapporto, concepito come non affatto meccanico ma dialettico, fra analisi urbana e progetto.
Si tratta di una posizione di disincantata autonomia di giudizio nei confronti della storia della città, tuttavia fondata su una coscienziosa e documentata presa d’atto dei valori della storia: il che non esclude la volontà di non rinunciare a formulare giudizi di valore e ad esprimere un proprio soggettivo apporto in senso interpretativo – quindi anche innovativo e trasformativo all’occorrenza.
Ciò che è più interessante di questo approccio è l’assunzione della “dimensione architettonica” come una sorta di strumento di lettura utilizzabile non solo nei confronti di singoli manufatti ma anche e soprattutto nei confronti di forme urbane a più vasto raggio: il che sostituisce di fatto alla lettura della città come sommatoria di edifici (aggregazione di tipi edilizi) una lettura della città come sommatoria di sistemi architettonici unitari, che a seconda dei casi possono avere una scala edilizia o una scala urbana, ma di cui è possibile cogliere comunque una identità ovvero una “unità architettonica” ed uno specifico ruolo nel contesto delle relazioni urbane.
E’ insomma la lettura della città come un sistema complesso di corpi ed organismi separabili (con una propria fisionomia autonoma), sui quali possa esercitarsi un controllo progettuale, una regìa, derivante da considerazioni e strumenti squisitamente architettonici.
Il progetto della città (per parti) avviene attraverso il progetto di individuazione e compimento di tali parti e attraverso la loro messa in relazione reciproca.
La specifica risposta progettuale di Aymonino tende quindi in un primo momento – accertata la complessità della città – a rendere complessa anche l’architettura, giungendo a teorizzare l’annullamento del rapporto fra tipologia edilizia e morfologia urbana in una “città come tutta architettura”, cioè “risolta interamente con gli strumenti tipologici di base come elementi fondanti non già una tipologia volumetrica per sommatoria (case alte, medie, basse), ma una possibilità compositiva in funzione urbana”.
Il caso del Gallaratese è il punto più esplicito di tale atteggiamento.
Qui A. contrappone al precedente programma di edificazione per tipi edilizi semplici e preformati un”insieme definito volumetricamente da elementi diversificati ma non identificabile attraverso la sommatoria di più edifici isolati… Il complesso è interpretato come “parte” della città di Milano, … ricorrendo a un impianto il più possibile compatto e costruito quasi come unico edificio”. L’idea iniziale di un’unica “costruzione”, articolata ma compatta, si è dovuta man mano precisare in 5 corpi di fabbrica, di altezze e profondità diverse, correlati fra loro dagli elementi di collegamento (rampe, passaggi aerei, ballatoi, scale), da quelli commerciali (negozi) e di svago (teatro all’aperto, piazze di copertura dei garage destinate al giuoco, passeggiata interna.”
E’ anche il punto in cui emerge definitivamente l’importanza per A. della sezione come strumento principale di ideazione dell’architettura. “La sezione architettonica non è più un controllo tecnico-costruttivo di verifica a posteriori, ma diviene una delle figure di partenza del progetto, il nucleo generatore dell’intera composizione, la struttura teoricamente infinita dei nuovi manufatti.”
In questo senso, l’architettura di Aymonino tende sempre verso il “pezzo di città” formalmente compiuto e il sistema dei percorsi (collettivi) o la rete di circolazione e degli
spazi urbani divengono il sistema portante dell’architettura e perciò stesso il dato decisivo della sua forma.
Anche operando in aree più consolidate, la città è reinterpretata e concepita come “città per parti”, sicché il contesto esistente è assunto come materiale per la costruzione delle parti di città. La nuova architettura non si “inserisce” o peggio si “ambienta” nell’esistente, ma al contrario è l’esistente che viene assunto e manipolato come materiale del progetto, come materiale della nuova reinterpretazione morfologica.
Impostando in questo modo il tema del rapporto tra luogo e progetto, Aymonino “mette in crisi tutta la ricerca sui modelli intesi come prototipi architettonici indifferenti a una precisa localizzazione urbana, mentre conferma l’interesse per le deformazioni che gli eventuali modelli subiscono nel collocarsi concretamente in una o nell’altra struttura urbana”.
E difatti la sua pratica progettuale lavora costantemente sull’impiego di modelli architettonici usati quali strumenti per misurare un luogo e conoscerlo e successivamente deformati e manipolati in conseguenza alle sollecitazioni che quel luogo medesimo apporta.
Significativo di questo uso dei modelli in funzione progettuale “deformativi” è per esempio l’utilizzo a più riprese che A. fa del progetto dell’ospedale di Mirano, progettato assieme a Dardi, e a sua volta derivabile da impianti a corte complessa come La Tourette di LC o alcune esperienze inglesi contemporanei, soprattutto di Leslie Martin, assunto come modello progettuale per indagare altre situazioni come quelle del campus scolastico di Pesaro.
“La voglia, così rara, di realizzare tutta quella parte con un unico progetto. Il risultato, anche operativo, non sarebbe stato eguale se i due edifici fossero stati progettati come separati. Il centro civico nel planovolumetrico è l’inserimento di un edificio a me noto (il progetto per Mirano) con altri ignoti, da progettare, per determinare un luogo, pubblico e privato, in quella parte di città. Utilizzando una tipologia definita per destinazioni d’uso simili, quella soluzione di Mirano diviene prototipo a Pesaro per una ulteriore soluzione. E’ una verifica tipologica che conferma le parti generalizzabili ed esclude quelle specialistiche. Soprattutto che conferma le relazioni fra le parti stabilite dalla forma” (Aym, 1980).
Le architetture di Aymonino non sono perciò mai oggetti finiti in sè: la loro “unità architettonica” è quasi sempre fuori di loro, “oltre” di loro, in un più vasto insieme che è la “parte di città” o comunque un complesso architettonico multiforme, dominato e tenuto assieme da uno spazio urbano interno o da una rete di circolazione, che fungono da perni ordinatori.
Ne conseguono immagini frammentarie, affastellarsi di volumi, complessità e articolazione di spazi in pianta ed in sezione.
Non è un caso che i riferimenti progettuali più cari ad Aymonino nell’ambito della storia dell’architettura siano certi organismi complessi della romanità o dell’ellenismo: i Mercati Traianei a Roma, il santuario della Fortuna a Palestrina, il tempio di Ercole a Tivoli, l’Asklepeion di Pergamo. Si tratta sempre di montaggi complessi di volumi ed oggetti, tenuti assieme da una ricca articolazione di percorsi e di spazi collettivi.
I progetti di Aymonino non operano pertanto mai per semplice completamento del contesto preesistente, ma per “inglobamento” dello stesso, per appropriazione ed utilizzo dell’esistente, come in esempi storici a lui cari (il teatro di Marcello inglobato nel palazzo Orsini o gli anfiteatri romani trasformati in abitazioni nel Medioevo).
Aymonino cerca nell’esistente le stratificazioni e tende ad aggiungere altre stratificazioni attraverso il progetto, per creare – potremmo dire – un’”unità nella complessità”.
Questo procedimento si può cogliere in molti suoi progetti: dal progetto per il Teatro Paganini a Parma del 1964, che tende a riorganizzare l’intero complesso della Pilotta e del sistema di spazi che la circonda; al campus scolastico di Pesaro, degli anni ’70, tutto basato sulla formulazione ex-novo, nella periferia pesarese, di un sistema gerarchico di spazi urbani che identifichino un’intera parte di città; al progetto di ristrutturazione di piazza XX settembre a Fano, del 1973, che cerca di rimediare alla lacerazione dei tessuti urbani mediante la ricostruzione architettonica di alcuni luoghi nodali, in grado di restituire organicità alla crosta materiale della piazza (con originali soluzioni d’angolo che fungono da landmarks nel discorso formale generale) – in un appunto a margine, A. scrive significativamente: “usiamo i centri storici come sono stati usati gli anfiteatri (acquisizione e riduzione)”; al progetto di casa-parcheggio a Pesaro del 1978-79, inteso a ricostituire l’isolato del restaurato palazzo Scattolari, in cui emerge di nuovo con forza la soluzione d’angolo; al progetto per le piazze centrali di Terni, del 1985,risolto con l’interposizione di un sistema di tre edifici “scultorei” per riconfigurare il nesso fra le piazze; al progetto per la piazza e il mercato coperto di Lecce, che approfitta della ricostruzione in situ del vecchio mercato in ghisa per riformulare un intero spazio pubblico urbano; fino al progetto per piazza Mulino a Matera, realizzato nel 1988 con R.Panella, che coglie l’occasione di ricostruzione d’un largo pezzo d’isolato per realizzare un sistema di due luoghi pubblici, in forma d’una piazza e d’una galleria.
In tutti i casi si nega la logica del progetto urbano per blocchi o isolati, secondo la formula ottocentesca, per affermare il primato della logica relazionale fra i corpi edilizi a favore delle qualità urbane dei percorsi e degli spazi pubblici e aperti.
Come ha scritto Claudia Conforti, nei suoi progetti “la connessione concettuale e architettonica è affidata alla trama delle intersezioni dei percorsi e non ad un astratto rigore geometrico delle delimitazioni planovolumetriche.”
Nei riguardi del contesto, l’architettura aymoniniana gioca perciò sempre, di fatto, un ruolo reintegrativo, e lo fa tuttavia con un atteggiamento assolutamente disincantato, capace di appropriarsi delle preesistenze ai fini della rinnovata identità del progetto della parte di città.
BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE
– Carlo Aymonino, Il significato delle città, Laterza, Bari 1975
– Carlo Aymonino, Lo studio dei fenomeni urbani, Roma 1977
– Claudia Conforti, Carlo Aymonino, l’architettura non è un mito, Officina, Roma 1980
– Carlo Aymonino, Campus scolastico a Pesaro, Kappa, Roma 1980
– Carlo Aymonino, Piazze d’Italia. Progettare gli spazi aperti, Electa, Milano 1988
– Architectural Monographs No 45 – Carlo Aymonino, Academy Editions, London 1996
– Saper credere in architettura. 25 domande a Carlo Aymonino, Clean, Napoli 2002

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